Tirana, domenica 18/10/2026, sesto giorno di proteste. Sabato 17/10 la polizia ha usato per la prima volta i proiettili di gomma, le forze speciali sono state schierate davanti alla sede del governo e in serata sono bruciati il primo piano della Corte Suprema, l'ingresso della Banca d'Albania e una filiale bancaria. Il direttore della Polizia di Stato, Skënder Hita, ha dato il bilancio dei cinque giorni: 167 arresti, 388 denunce, 132 agenti feriti, sette agenti sospesi. Edi Rama esclude le dimissioni. Sali Berisha proclama la disobbedienza civile e chiama i suoi a Tirana per oggi.
La piazza

Martedì 13/10 alle 14:00 studenti e cittadini si radunano davanti al Ministero dell'Istruzione, in Rruga e Durrësit. Chiedono condizioni migliori per università e dormitori e le dimissioni della ministra dell'Istruzione e del primo ministro. Dopo circa un'ora il raduno degenera: idranti, lacrimogeni e manganelli, poi oltre otto ore di disordini fino al Municipio.
Mercoledì 14/10 gli studenti boicottano le lezioni e tornano davanti al ministero. Nel pomeriggio gruppi in parte mascherati colpiscono con pietre e molotov la sede del governo e incendiano il primo piano del Ministero della Giustizia.
Giovedì 15/10 gli scontri a Tirana durano dodici ore, dal Ministero dell'Istruzione al Parlamento e alla sede del governo. La protesta esce dalla capitale: a Coriza la polizia conta due arrestati e 23 denunciati, quindici dei quali minorenni; a Durazzo, secondo informazioni preliminari, i manifestanti entrano nella Prefettura; a Scutari il comandante della polizia viene colpito alla testa da una pietra e operato.
Venerdì 16/10 il corteo parte più tardi e con meno persone. Sabato 17/10 è il giorno più violento: dalle 13:24 i proiettili di gomma, in serata gli incendi alla Corte Suprema e alla Banca d'Albania.
Polizia e tribunali

Gli arresti crescono ogni giorno: 16 il 13/10, 55 il 14/10, 56 il 15/10, con sedici minorenni. La stampa riporta cifre diverse: il punto non è chiarito.
Due casi riguardano la condotta degli agenti. Martedì 13/10 Ledion Balla, diciannove anni, ha una gamba fratturata vicino al Parlamento; un video mostra quattro agenti che lo trasportano per gli arti. I quattro vengono sospesi, con il responsabile dell'ordine del Commissariato numero 1. Venerdì 16/10 un agente getta a terra un ventunenne vicino al Ministero dell'Istruzione: frattura vertebrale, senza rischio di paralisi secondo il Ministero della Salute; due agenti sospesi. La dinamica dei due casi non è chiarita.
Il Difensore civico ha aperto un'indagine sull'uso della forza e in tre giorni ha incontrato 214 fermati: 26 hanno segni di violenza, alcuni minori sono stati interrogati senza genitori né psicologo. Non risulta una risposta della polizia ai rilievi.
Il governo

Il 13/10 Rama è a Lussemburgo, dove l'Albania chiude in via provvisoria il capitolo 20 dei negoziati con l'Unione Europea, e non parla della protesta. Nei primi due giorni parla il ministro dell'Interno, Ervin Demo: condanna le violenze e accusa forze politiche e persone straniere, senza presentare elementi.
Giovedì 15/10 Rama interviene per la prima volta, in un video dagli uffici bruciati del Collegio d'Europa: offre dialogo agli studenti e attribuisce le violenze all'opposizione. A Reuters esclude le dimissioni: «l'anno scorso abbiamo avuto elezioni, non una rivoluzione». Venerdì e sabato ripete la linea: niente concessioni, niente dimissioni, la protesta è opera di una forza politica e di fattori esterni, senza prove.
Nella maggioranza la deputata socialista Elisa Spiropali, ex ministra degli Esteri, chiede a Rama in una lettera aperta una soluzione politica e non esclude elezioni anticipate. Il ministro della Giustizia, Toni Gogu, dichiara sabato: «La protesta è un diritto. La violenza non è protesta». Il presidente della Repubblica, Bajram Begaj, chiede moderazione a tutti e si offre, con la Presenza OSCE, per facilitare il dialogo.
L'opposizione

Sali Berisha, presidente del Partito Democratico, porta i suoi davanti al ministero dal 14/10 e chiede le dimissioni di Rama e un governo tecnico; il 15/10 il PD chiede un governo di transizione ed elezioni anticipate. Sabato 17/10 Berisha proclama la disobbedienza civile e chiama a Tirana per domenica 18/10. Rama attribuisce le violenze all'opposizione, senza presentare prove.
Giovedì 15/10 la seduta del Parlamento è annullata un'ora prima dell'inizio e rinviata a giovedì 22/10.
Europa e Italia
La Delegazione dell'Unione Europea si aspetta una polizia proporzionata e indagini prioritarie sulle denunce di forza eccessiva. Le Nazioni Unite in Albania chiedono moderazione e proporzionalità. L'ambasciata degli Stati Uniti estende l'avviso di sicurezza a sette città e nella notte condanna violenza e distruzioni, chiedendo moderazione a tutte le parti, senza citare la condotta della polizia. Fino a sabato le edizioni non registrano dichiarazioni del governo italiano.
I numeri della settimana
- 167 arresti, 388 denunce e 132 agenti feriti dal 13 al 17/10 (Polizia di Stato, conferenza stampa di Skënder Hita, 17/10).
- 89 persone curate dopo la giornata del 14/10, tra cui 61 agenti (Ministero della Salute, 15/10); la polizia conta 51 agenti feriti.
- 56 arrestati il 15/10 a Tirana, di cui sedici minorenni (Polizia di Stato, 16/10).
- 214 fermati incontrati in tre giorni, 26 con segni di violenza (Difensore civico, 16/10).
La settimana prossima
- Oggi, domenica 18/10, la manifestazione a Tirana convocata da Berisha.
- Il bilancio del Ministero della Salute sui feriti di sabato 17/10, non ancora pubblicato.
- Giovedì 22/10 alle 10:00 torna a riunirsi il Parlamento.
- Le indagini sui sette agenti sospesi e i rilievi del Difensore civico.
- Una risposta degli studenti all'offerta di dialogo: finora non risulta.
Le edizioni quotidiane, con tutte le fonti: https://nuovaora.it
Notizie raccolte da media e fonti pubbliche. Nuova Ora riporta quanto pubblicato dalle fonti e non si assume responsabilità per il loro contenuto.
Produzione supportata con l'aiuto di Intelligenza Complementare (AI).
Nuova Ora è un'iniziativa indipendente per aiutare la comprensione di ciò che avviene in Albania da parte di italofoni.
